di Tiziana Di Giampietro

L’indagine, che fu promossa da un gruppo di ricercatori dell’Università di Seattle-Washington, indagò le possibilità terapeutiche dell’omeopatia nella diarrea acuta, malattia di grande impatto sociale a causa dell’elevato numero di perdite nella popolazione pediatrica dei paesi in via di sviluppo (principale causa di morbilità e mortalità pediatrica in tutto il mondo, responsabile di 5 milioni di decessi nei bambini di età inferiore ai 5 anni, sul totale di 1,3 miliardi di episodi), per la quale manca, a tutt’oggi, un trattamento farmacologico risolutivo. Sconsigliato, nella gran parte dei casi, l’uso di antibiotici che potrebbero peggiorare o cronicizzare il quadro, resta la cura reidratante orale che, pur essendo essenziale nell’evitare la morte da disidratazione, non ne abbrevia la durata. L’efficacia clinica del trattamento omeopatico, ripetutamente segnalata in letteratura, mancava di una valutazione formale che ne dimostrasse, oltre all’utilità terapeutica, anche la convenienza economica, non trascurabile sia nei paesi in via di sviluppo che in quelli “civilizzati” ma oberati dalla crisi monetaria.
Al di là delle controversie esistenti nella comunità scientifica circa la credibilità della teoria omeopatica, si deve riconoscere a questa ricerca un notevole rigore nell’impostazione metodologica. La randomizzazione in doppio cieco, controllato con un placebo non distinguibile dal verum per sapore, odore, colore, si è svolta nel giugno 1991 a Lèon, in Nicaragua, in due centri sanitari municipali situati nei sobborghi poveri. Furono reclutati 81 bambini, di età compresa tra 6 mesi e 5 anni che presentavano diarrea acuta con 3 o più scariche non formate nelle precedenti 24 ore, e furono esclusi i soggetti che presentavano la diarrea da più di una settimana, o che avevano ricevuto un trattamento allopatico nelle precedenti 48 ore; di ogni bambino fu raccolta attentamente l’anamnesi, annotata la condizione obiettiva dello stato di idratazione e del sensorio ed effettuati gli esami batteriologici; l’entità della diarrea, del vomito, del dolore addominale, furono scelti come indicatori della gravità della forma; la sintomatologia, repertorizzata con metodo informatico, generò una indicazione terapeutica individualizzata e non condizionata da errori di valutazione soggettiva; i controlli quotidiani dell’andamento clinico esaminarono dati prognostici come i giorni necessari a ridurre il numero delle scariche non formate a tre/die per almeno due giorni consecutivi. Il gruppo trattato col verum presentò in terza giornata indici significativamente migliori di quello trattato con placebo (p<0,05). In entrambi i gruppi la reidratazione orale aveva evitato perdite di peso. Un dato che depone decisamente a favore del trattamento omeopatico emerge anche nelle forme batteriche in cui è stato possibile identificare l'agente etiologico (E. coli, G. lamblia ed E. histolytica), malgrado l'identificazione dell'agente specifico non sia in omeopatia un parametro utile alla selezione del farmaco simile. Per dimostrare meglio la significativa differenza tra i due gruppi la cura omeopatica andrebbe intrapresa fin dai primissimi giorni di malattia, vista la spontanea risoluzione dell'80% dei casi di diarrea entro una settimana dall'esordio. I dati relativi alla riduzione di degenza, costi e rischi di complicanze, avrebbero dovuto rappresentare incentivo ad ulteriori studi mentre ad oggi mancano conferme sperimentali. Gli stati dovrebbero investire di più sulla ricerca indipendente da influenze di gruppi non disinteressati, destinando, in uno spirito di integrazione, fondi anche allo studio della azione e della validità clinica delle CAM.